Commenti su Stirner

•settembre 30, 2011 • 4 commenti

«Gli ortodossi rigorosi o vecchi credenti sono ben diversi dai sostenitori “della verità, dei lumi e del diritto” (…). E tuttavia questa differenza non tocca proprio niente di essenziale. Se attacchiamo singole verità tradizionali (per esempio i miracoli, il potere illimitato dei principi,ecc.), gli illuminati si schierano con noi e solo i vecchi credenti strillano. Ma se attacchiamo la verità stessa, ci avverseranno gli uni e gli altri, perché gli uni e gli altri sono credenti.» (M. Stirner, L’unico e la sua proprietà)

Se mettiamo in dubbio le singole realtà, saranno esse stesse a lamentarsi perché chiamate in causa, ma se stravolgiamo la verità stessa, ci verranno tutti contro perché tutti sono credenti.

Essere credenti, come intende Stirner, non vuol dire aderire ad una qualche religione ma ha un senso che va oltre. Significa restare incastrati nella sacralità delle nostre idee che ormai fra gli uomini moderni hanno acquisito sussistenza più di noi stessi. Credenti infatti sono sia gli ortodossi rigorosi che gli illuminati. Gli uni credono nella religione, gli altri nella ragione; ma è pur sempre un credere. Proprio per questo la differenza fra sostenitori di idee opposte non è essenziale, non ha essenza dunque. Due realtà così differenti ritrovano la loro somiglianza dalla prospettiva dell’unicità.

La spietata critica di Stirner che, a parer di alcuni, è molto più scandalosa di quella nietzscheiana, colpisce tutto e tutti: non risparmia cristiani, atei e critici (anche la critica è intrappolata in se stessa). Sembrerebbe addirittura vacua proprio perché assoluta. Stirner è molto chiaro nel voler focalizzare la sua attenzione e il suo dissenso verso il sacro. Ciò che ci viene imposto ci è estraneo e diventa sacro. Nei confronti del sacro proviamo timore, «sacro timore». Il paradosso è che viviamo di cose che non ci appartengono, dunque sacre, che imponiamo agli altri e che ci vengono imposte. Proprio dal sacro deriva quel brivido che sente sia il cristiano che l’ateo quando si mette in dubbio la «verità stessa». L’ateo è convinto di aver fatto scacco al cristiano, mostrando con zelo la sua libertà di non credere. Ma non si accorge, nel momento stesso in cui nega la religione cristiana, di starne proclamando un’altra, quella della libertà, della morale.

«La fede morale è non meno fanatica della fede religiosa.»

Quello spirito di condanna religiosa si ritrova anche nella «fede morale» che si afferma in modo universale fra gli uomini. Gli uni sono i paladini della «santità di Dio», gli altri della «santità del Bene». 

Stirner  condanna lubiquità del sacro che condiziona l’agire umano e più in generale tutta la storia. Incentra la sua critica su quel sacro atteggiamento che è tipico dell’uomo quando soppianta un ordine politico o religioso per affermarne un altro. Nel fare ciò, si sostituisce un ordine con un altro che è pur sempre ordine; si annienta la sacralità del primo per imporre quella del secondo. Non per nulla la storia è un continuo stravolgimento di credenze che porta ad affermarne altre. Il risultato è che si crea e si distrugge senza mai poter fare a meno del sacro. Ne segue che ogni rivoluzione nella storia non è mai stata una rivoluzione vera e propria, perché intrisa di sacro

De Il gigante e il mago

•maggio 4, 2011 • 10 commenti

Non si tratta di una testimonianza psicologica o per lo meno non vorrei intenderla così. Non è “minchiologia dello sviluppo” (un po’ minchiona è). È la breve storia di una ragazza e dei suoi indimenticabili giorni passati nella sua cameretta da sola eppure mai sola.

Ultimo anno di liceo finalmente. Tesi da preparare. Si dà da fare leggendo dei libri che l’affascinano molto. Tensione a mille e forte perdita di peso. L’esame è vicino. Ormai è fatta, si è già fuori diplomati con un buon voto. Dopo è tutto divertimento e progetti!

Ultime v.c., le più belle. Lei si butta (impara finalmente il tuffo a pesce) nella recitazione e nel canto. Si scherza, si gioca e si piange alla fine. Poi è pronta per un’altra sfida. Parte per una settimana. Palline, diablo, nasi rossi e sì è già in un’altra dimensione. Si immerge completamente (si scorda di casa) in quel mondo incantato e capisce che ben poco è impossibile.  Ritorna come nuova: ha imparato l’arte di essere “stupidi”. Ormai crede di poter fare qualsiasi cosa, basta volerlo. L’università è vicina.  Decide di prendere una casa in affitto e segue le lezioni. Vi abiterà  per meno di due settimane.

La prima settimana è molto faticosa ma appagante. È molto positiva verso ciò che l’aspetta e fa le ore piccole la sera con gli amici.

La seconda settimana inizia l’inferno: piange a letto, passa notti insonni, cercando di controllare il suo respiro; ha paura di morire.  Non riesce più a seguire le lezioni e scappa spesso verso casa stordita dalla fame e dal sonno. Per strada le tremano le gambe e, per paura di svenire, aumenta il passo. Prova a tranquilizzarsi, ascoltando musica e piangendo a dirotto. Inizia a scrivere ciò che prova in dei fogli, datandoli. Non riesce più a sopportare le sue giornate. Cerca qualsiasi modo per scappare e tornare a casa. Una mattina decide di mettere tutto in valigia per andarsene. Riesce a farlo: si fa portare a casa.

Sembra felice.

È al riparo e crede che ormai il peggio sia passato. Non è così. La notte  è tormentata da visi che la inquietano. Al mattino non riesce a svegliarsi; quando lo fa, passa tutto il giorno a fissare il nulla. I suoi sono ormai stanchi di vederla così. Ogni giorno provano a parlarle e a chiederle di sforzarsi di ricordare cosa sia mai potuto succedere. Ma lei coi suoi occhi smarriti continua a dire: “niente”. Non esprime nulla: “vedo solo un viso che si contorce”, qualcuno le dice.

Adesso è a casa, ha avuto quello che voleva.

Passa tutto il tempo lì, non esiste nient’altro che la sua casa e chi ci abita. Non riesce a stare sola neanche lì e, quando accade, si dispera ed è impaurita; chiama di continuo i suoi. Non risponde al cellulare e nemmeno al telefono. Non esce. Sua madre la costringe e contatta i suoi amici: ormai ha in mano la sua vita.

Ma lei non è sola. Nella sua stanza fissa il gigante che le è amico e la consola sempre. Con lui gioisce e soffre. A volte lo abbraccia ed altre lo picchia quasi; ma poi spunta sempre il mago che aggiusta tutto, facendola addormentare subito dopo un’ora. Stanno bene insieme. Quando lei si sdraia sul suo letto e prova a chiudere gli occhi, vede il mago che con uno schiocco di dita le mostra magicamente i suoi amici. Parlano, scherzano e ridono.

Si guarda allo specchio per ore, persa nell’incanto di se stessa e del mago che, nei suoi innumerevoli numeri di magia, produce una splendida luce. Non vuole proprio smettere di fissarla al punto che si scorda di parlare e di lavarsi. Non ricorda più come ci si veste e crede di puzzare maledettamente per poter stare con gli altri. Ma al gigante e al mago non importa quale sia il suo odore o se abbia i capelli arruffati; loro ci sono sempre e le fanno compagnia. Sono dei veri amici, gli unici.

Si ritrova nel paradiso dei calzini puzzolenti che non vengono mai cambiati e dove neanche il Napisan ci può.

Si convince di non stare molto bene e di avere dei danni al cervello a causa del troppo tempo trascorso immobile a pensare al nulla. Iniziano i suoi giorni da “malata”. Non riesce ad uscire di casa per far la spesa o prendere la sorella a scuola. Per un po’ teme di non essere nemmeno in grado  di guidare.

Ma è impossibile pensare al nulla, infatti, quando sembra non pensare a niente, in realtà si ritrova coi suoi due amici che la portano in mondi sconfinati. Il suo sguardo rivela il fatto di essere intrappolata in un incanto di riccioli e squame. Il suo nulla è il suo tutto. Si guarda e vede loro.

Si crede folle e crede che anche gli altri lo pensino. Non lo è affatto, è solo indaffarata con loro, il gigante e il mago che non la lasciano mai da sola.

A casa la trattano come una bambina, ricoprondola di attenzioni. Lei ne gode ma subito dopo si dispera.

Pensa al passato; la sua vita è un continuo passato.

Un giorno il gigante la chiamò e le disse di seguirlo in un posto lontano e bello. Le prese la mano, le fece aprire la bocca e… tutto giù in un mare di bolle bianche e ovali. Subito si sentì dall’altra parte, quella di Spessotto.

Nel suo sogno da zombie, corse dal prete per l’ultima messa che però non le fu concessa.


L’università

•ottobre 15, 2010 • 4 commenti

Ehm… :-) tanta gente, aule naturalmente, qualche professori in ritardo, poi si torna a casa…no no prima si controllano gli orari delle lezioni dell’indomani! Bene, c’è il Caffè. Aule: 254…(fino a mille…), A/qualcosa (ha qualcosa!) ecc. Poi gira la testa e ti senti umido. Porca vacca ho scordato il quaderno in ”(COP)ISTERIA”! Meglio ritornare a casa (dopo aver ripreso il quaderno!).

-       – ”

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Sospiro!

Io?

 

 

Sulla ”vittima” di chiunque

•agosto 25, 2010 • 1 commento

Non c’è niente di peggio della figura della ”vittima”. Nietzsche lo sapeva bene. La vittima si nutre non degli altri ma di se stessa. È questo che la rende così famelica e inquietante, così vittima. Ma lasciamo perdere per una volta ”il cristiano”, non materializziamo il concetto (sarebbe una frequente scusa per estraniarlo da noi). La vittima non è una religione, un uomo, degli uomini; la vittima è l’uomo. E che tipo di uomo? Naturalmente il più sofferente. Solo chi soffre o chi vuol soffrire può essere vittima. Ecco perchè tutti più o meno lo siamo. E se proprio si vuol chiamare ”religione” la vittima allora si deve chiamare religione anche la ”non religione”. Anche colui che non crede spesso è religioso. Esiste infatti la vittima che si spaccia per non religiosa e forse è una delle peggiori. Essa non si riconosce facilmente proprio perchè non porta il marchio e non ha nome. Si veste spesso di sapienza, di logos, tutte balle.

Si nutre del proprio sapere che è motivo della sua sofferenza.

E come tutte le vittime sa di esserlo e piange di se stessa: ecco la sua forza!

Sulla democrazia

•maggio 14, 2010 • 5 commenti

La monarchia, in quanto potere di ‘uno’ non è una forma di governo equa e giusta. Seguendo un solo uomo infatti, si rischia di soddisfare una sola volontà che non rappresenta quella reale e dei ‘tanti’ e nei casi peggiori si arriva alla dittatura (ma questa è un’altra storia).

La miglior forma di governo sarebbe storicamente la democrazia, in quanto potere del ‘demos,’ popolo. Essa infatti prevede la formazione di una maggioranza che esprima i bisogni e le richieste dei molti. Si avvale di un diritto di potere e di scelta sempre legittimi, in quanto rappresentante della volontà comune.

Ma cos’è che  conferisce potere alla maggioranza?

Il numero. Più si è a sostenere un’idea e più possibilità si ha di essere presa in considerazione, anzi di essere automaticamente considerata giusta perché ‘comune’.

Ma le decisioni dei molti sono sempre giuste?

Naturalmente no. Spesso nemmeno in molti si riesce a stabilire dei criteri di scelta per soddisfare quel ‘bene comune’ che sta alla base di ogni società.

Perciò accade che la democrazia divenga uno strumento di potere che decide le sorti di tutti ed anche di coloro i quali non condividono queste scelte ‘comuni’. Avviene che: se la maggioranza è per la vita, vita sia; se la maggioranza è per il suicidio, suicidio sia;  se la maggioranza è per un programma scolastico al di sotto della decenza, ben venga.

Niente e nessuno può opporsi alla grande democrazia perchè si rischia di essere considerati degli sconsiderati, interessati solo al bene proprio.

Si deve invece pensare al bene di tutti e soprattutto dei più deboli presenti all’interno di una maggioranza. Invece di incitare questi ‘diversamente abili’ (in questo caso ‘diversamente studiosi’) ad acquisire un ritmo più concitato, si preferisce accompagnarli silenziosamente a passo funebre verso un campo santo vicino, acchetando quell’istinto di corsa interiore ‘fuorviante’ che potrebbe dare idea di menefreghismo e di disonore soprattutto. Se si affonda, si affonda tutti, nessuna possibilità di scampo.

La democrazia cura tutti o ‘uccide’ tutti. È una grande mamma che prova lo stesso affetto per tutti e pensa per il bene di tutti.

È un grande centro di assistenza in cui si curano i deboli con l’aiuto dei forti, i più ‘fortunati’ (dipende dai punti di vista).

Qui si attua un piano di conformità a tappeto. I forti infatti diventano deboli così i deboli non si accorgono della loro debolezza e vivono nell’illusione di essere stati risanati. E così, per amore comune, si danneggiano gli altri, con lo scopo di mantenere un unico livello di ‘salute’ che non faccia notare le differenze fra deboli e forti.

E così diventiamo tutti inavvertitamente forti, grazie alla democrazia che è forza!

Ecco uno degli esempi di come la democrazia, come una ‘livella’, possa essere terribilmente affine alla morte.

Sulla classe

•aprile 30, 2010 • 13 commenti

La scuola è una realtà sorprendente! Una singola classe può rappresentare una microsocietà odierna che, in quanto tale, può anche far abbastanza schifo. E non è solo il microcontesto della società ma anche dei ‘micropersonaggi’ della società. Politici, ballerine, mamme, comici e personaggi di reality:  tipi di questo genere e di altro possono affollare di questi tempi le classi scolastiche.

Tutto si svolge nella più quieta consuetudine. Non ci si potrebbe mai immaginare, da studenti, di essere piccoli protagonisti e interpreti della vita extrascolastica e addirittura famosa.

Cominciamo col descrivere, senza un ordine, la figura del comico. Quello del comico è un ruolo molto ambito anzi, la maggior parte dei personaggi sono proprio dei comici. Bisogna fare però una distinzione tra ‘comici sempre comici’ e ‘comici tristemente simpatici’. Mi correggo, solitamente si parla di comico tristemente simpatico (ruolo del singolo). I primi, in gran numero, sono quelli che portano allegria alla classe con canti, spettacoli e show giocati perlopiù sulla volgarità. Sono ritenuti i più simpatici per le loro digressioni fra una lezione e l’altra e poi sono quelli che richiamano uno scoppio di risata improvviso. Sono senza pensieri e la loro simpatia ti fa scordare pure i tuoi. Molti spettatori, i più accaniti, si perdono nelle risa non riuscendo più a riemergere, passando intere ore esilaranti. Insomma, sono dei veri e propri artisti della spensieratezza!

Il comico tristemente simpatico è della razza delle più tristi. Sorride anche se dentro piange e la sua straordinaria, sotttile comicità spesso gli riempie il viso di facce buffe e originali. Gioca tutto sullo stupore per le piccole cose, avendo successo o passando completamente inosservato. La sfiga è all’ordine del giorno e spesso paradossalmente si deprime.

Poi ci sono le ballerine, anch’esse specializzate nell’arte dell’intrattenimento. La loro bravura sta nell’apparire come creature singole e rare ma nello stesso tempo nel volerti comunicare che tutti potrebbero dimenarsi in quel modo. I loro balli sono energici e snodati e ti invitano a seguirle, come spesso succede a chi le ammira. Esse riempiono di vivacità i lunghi tempi morti a scuola. I personaggi dei reality, insieme ai comici, sono in maggioranza. Essi sono dei ripieni di pigrizia al cioccolato (alcuni sono grassi) le cui funzioni vitali sono ridotte all’osservazione passiva altrui e, qualche volta (se ci sono colpi di scena inaspettati), ad esprimere commenti spesso frivoli o di stupore.

Ecco le mamme, anch’esse impegnate, non socialmente s’intende, ma in ”famiglia”. Come delle madri protettive che diventano indomabili quando i loro piccoli sono in pericolo, allo stesso modo queste sono pronte a tirar fuori gli artigli nel momento in cui si cerchi di portar via loro qualche “diritto” o si commetta un’ingiustizia. Esse sono donne rispettabili, dolci sempre come madri che sembrano aver cura di tutti, ma inviperite e pronte a scacciar chiunque provi a ferire i loro onori.

Come in ogni società, anche in questo piccolo mondo si fa politica. Più che rappresentare dei personaggi politici, i membri della classe formano degli insiemi che rassomigliano ai partiti italiani. E anche qui vi è una maggioranza, un partito dell’amore e una minoranza, un partito dell’odio. Anche qui la parte più forte e persuasiva ha preso il sopravvento. Quelli dell’amore originariamente costituivano l’intera classe, come un enorme cuore dato dall’unione di molti altri. Col passare del tempo, questa straordinaria pangea si suddivise, vista la crescita e la maturazione di alcuni membri del partito i quali decisero di seguire un programma diverso. L’inaspettata divisione creò dei contrasti interni, generando odio. Coloro i quali furono considerati portatori di odio erano individui che avevano maturato attitudini differenti, valorizzando alcuni interessi piuttosto che altri. Le lingue si diversificarono: i diritti che erano tali per quelli dell’odio, venivano considerati doveri per quelli dell’amore, la giustizia di quelli dell’odio veniva chiamata ingiustizia da quelli dell’amore e così via. Ma a quelli dell’odio spiaceva questa inconveniente situazione che portava separazioni e conflitti. Proprio per questo anche essi aderirono al grande partito dell’amore, tentando di sopportare le differenze interne con gli altri. Ogni lite veniva subito assorbita da pianti isterici e abbracci consolatori e tutto passava. E così si sopravviveva ai giorni.

Ma un giorno questo clima di falsa complicità non soddisfece più quelli dell’odio, i quali facevano partito a sè stante, discutendo dei problemi presenti e del clima pesante che si respirava. Ci si accorgeva della convenzionalità di certi sorrisi e colpi d’occhio che facevano da ‘aggiustatutto’, rendendo apparentemente vivibile il contesto. Ma ormai ci si era dentro fino al collo e non sarebbe stato facile far andare in porto molte delle proposte che si erano fatte.

E fu così che nacque la sinistra scolastica dalla debole e pigra opposizione che tuttora esiste in classe.

 
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